AZIZ- " era una notte buia e tempestosa.pdf "

Créé le : 7 novembre 2006

"era una notte buia e tempestosa.pdf"
in italian / PART ONE ONLY – la gabbia delle paure

very difficult to read, puzzling, baffling, perplexing, confusing, mystifying; problematic, intricate
>extract:
[…] Vorrei dimenticare il mio passato, ma non posso. Il mio nome è Aziz Ibrhaim, sono nato nella città del cairo, e qui ho vissuto fino all’età di dieci anni quando fui fortunatamente diciamo adottato da una coppia inglese in viaggio in Egitto con il proprio secondogenito, della mia stessa età. Una coppia dai sani principi inglesi. Sono arabo, anzi egiziano, e seppure in un cimitero, nella città dei morti viventi, i morti che camminano e parlano, che sognano e sperano, seppure ignorante e sozzo, e morto di fame, seppure la sorte mi fosse avversa crescevo all’ombra delle grandi piramidi che imperiose sorgono sulla piana di ghiza e da qui si stagliano all’orizzonte e qui riempivo i miei sogni e nascondevo le mie paure. Quelle stesse paure di cui avrei preso coscienza soltanto dopo molti anni e che mi avrebbero accompagnato sino alla morte, morte che come avrei imparato ha solamente un significato relativo, parziale e limitato, e che cosa sia realmente non è così facile a definire, ed è per questo che ora guardando indietro verso il mio passato vedo una sottile speranza, quella stessa sottile speranza che mi guidò nei miei primi passi in un mondo per me estraneo e ora così familiare da rendere estranee le mie origini; quella speranza era la speranza e l’incertezza di poter cambiare, se tornassi indietro, se potessi cambierei le mie azioni e forse i miei sogni.Io arabo cresciuto nell’orrore o nella tranquillità di un cimitero vidi cambiare la mia via in un pugno d’ore. La culla dell’ignorante è piena di sogni felici, Io di culle non ne ho avute, i miei lontani ricordi si confondono con i miei sogni, sicché ho difficoltà a discernere cosa sia realtà e cosa immaginazione. Il mio mondo era chiaramente delimitato da una cosa che comunque per me rappresentava la sicurezza e la tranquillità, un lungo muro fatto da mattoni di fango, senza intonaco, a tratti decadente ma sempre presente; era una linea di confine, un orizzonte che potevo attraversare per breve tempo e che mi proiettava in un mondo completamente diverso, un tempo dove ammiravo cose incredibili che a stento riuscivo ad immaginare, un mondo che sembrava ricco ma pieno di insidie, nel mio recinto la tranquillità e poche regole, la prima : nessuna regola. Ero libero. C’è un’usanza araba, solo degli arabi poveri, largamente invisa o mal tollerata dagli occidentali, ed è l’accattonaggio, o per meglio dire la carità, ma questa è una parola che in assoluto non renderebbe il senso di una tradizione millenaria, fare la carità per un mussulmano è un obbligo civile, morale e sopratutto religioso, e la religione per un arabo è la legge. Chiedere la carità per me significava non morire. Chiedere la carità per me significava essere libero, sono libero quando non ho regole e non ho obblighi, o se anche li avessi non li conoscessi; già perché ero un bambino solo, sfruttato, sporco ed ignorante, ma sveglio abbastanza per non dispiacermi della cosa, in fondo ero solo un bambino e quella triste realtà per me era solo un gioco. Avevo una bella casa, con uno splendido giardino, tanti sogni, tanta curiosità e un giorno avrei avuto un caro amico che mi avrebbe aiutato a correggere i miei errori. Vivevo nel posto più bello del mondo, la mia casa, la casa degli antichi egizi, loro miei padri ed io mi sentivo il loro figlio; vivevo felice osservando i raggi del sole, dell’antico dio ra, aspettandolo sorgere e ammirando la sua morte, certo sperando nel suo risorgere; era l’araba fenice che portava la felicità nel mio cuore spazzando via tutte le paure del buio; la notte sognavo per vivere il giorno ma qualche volta speravo nella morte. Non di rado dimenticavo l’obbligo di procacciarmi il cibo,il pane quotidiano, che come appresi in inghilterra è cosa dovuta a qualunque essere umano, dimenticavo i morsi della fame e mi avviavo bighellonando verso le piramidi, ed impiegavo ore per raggiungerle, le vedevo sin da lontano ma non le raggiungevo mai, e poi una volta raggiunte restavo seduto alla loro base, ed osservavo la loro forma, torcendo il collo per poter vedere la loro sommità, e le prime volte con meraviglia mi trovavo sempre tra le mani delle banconote, erano la mia salvezza; non poche volte anche sul far tardi della sera mi avventuravo in una scalata verso la luce, per arrivare in cima alla più grande piramide, perché potessi osservare la morte del dio fino al suo ultimo sospiro, e poi rimanevo nel buio, nel silenzio assoluto alle volte così rumoroso da stordirmi, alle volte tanto intenso che potevo sentire il respiro esamine di ra, e allora nel terrore mi ranicchiavo chiudendo le mie gambe fortemente contro il petto, e chiudendo fortemente gli occhi e gli orecchi per nascondermi alla notte.
La piana di ghiza, crogiolo di razze, di debolezze umane e di peccati, simbolo della povertà; stridente contrasto tra la maestà dell’antico ed i ruderi del presente; mi svegliavo ferito negli occhi dai primi raggi di sole e ammiravo incantato uno spettacolo che unico incominciava a svolgersi ai miei piedi, e tra i sogni del perduto splendore e la realtà rimanevo più incantato da quest’ultima, scaldato dal sole sempre più forte vedevo un mare indistinto di viaggiatori occidentali e di arabi, non mercanti, ma accattoni come me che privi di regole e ignoranti, erano come zecche affamate. Dovevo presto ridiscendere perché il sole così forte mi scacciava suggerendomi un riparo all’ombra, si era fatto giorno e dovevo tornare alla realtà; anch’io ero una zecca. La miseria della città era per me affascinante, forse perché essa era per me la quotidianità e non essendo ancora un inglese non la percepivo tale, difatto tra la sporcizia, la povertà, l’impudicizia dei mercati, dei vicoli e dei rioni, io vedevo lo splendore dei bazar, la bellezza delle fanciulle, la gioia dei bambini e l’astuzia dei mercanti, la semplicità di un popolo, la cui cultura era grande, la cui conoscenza sopita; io vedevo la polverosa coscienza della gente volta al proprio essere o meglio al proprio esistere, genti e popoli che senza giustificazione non cercavano giustificazione. Io meditavo, e meditando pensavo alla vita, agli odori che sentivo, ai rumori della strada; camminavo in equilibrio sopra il ciglio del muro, alla mia destra solo tombe, le grida di qualche madre, le corse dei bambini, alla mia sinistra il mondo degli adulti, un grande viale alberato, qualche anziano saggio che impartiva le sue benedizioni e stonava le sue cantilene, gruppi di forti e giovani orgogliosi cresciuti in fretta, qualche padre di famiglia che china la testa lasciava la propria dimora per farsi la giornata, giacché di lavoro certo non v’era l’ombra vendendo piccoli souvenir ai distratti turisti, o offrendosi come improvvisata guida alle bellezze ma alle miserie del proprio popolo. Ed era questo il mondo dove ero felice, sentivo la semplicità di vivere in quel modo, la semplicità di correre sbadato per i vicoli stretti e fangosi di qualche mercato, urtando uomini ricchi e poveri, rubando i cibi, le spezie e gli aromi, gli odori esposti, e il pane, quella sfoglia così semplice e leggera ma che aveva il sapore di una vita, non ricordo di aver mai più apprezzato così tanto qualcosa, era la mia vita difficile ma spensierata perché senza confini, se non quel muro. Anche l’odore acre dell’urina degli uomini e degli animali si confonde nei mie ricordi con quella delle spezie e le pulci, i pidocchi, le zecche erano solo compagni di viaggio. Non pensavo alle malattie, ai pericoli, ai disagi, alla fortuna avversa.
Avevo dieci anni, forse undici, perché non so esattamente quando naqui, e né credo potesse fare grande differenza non avendo mai tenuto conto dei miei anni né avendo mai festeggiato di anno in anno ciò che non sapevo andasse ricordato, eppur adesso sento forte l’importanza di ricordare. Avevo ebbene dieci anni, forse undici; è vivo il primo ricordo di William. Non capivo la sua lingua, ci intendemmo a brevi gesti. Era per me un giorno come un altro mendicante tra le carovane di turisti a ghiza sapevo che se l’avessi scortato in un breve giro delle piramidi mi avrebbe compensato: do ut des, è notevole come l’animo degli antichi nobili latini mi fosse vicino, è l’animo umano. Decisi di portarlo sulla grande piramide giacché sono pochi coloro che hanno l’avventura di vivere così da vicino l’antico sapore dello splendore perduto. Persi allora le mie radici, fui ripagato con l’amicizia di un fratello. E divenni un sano osservante inglese protestante; io, protestante. Moralmente ligio, rispettoso delle leggi e delle regole morali della mia famiglia e mie. Imparai a giudicare il prossimo ed ad essere giudicato, tanto accettato ed integrato quanto poco compreso ho il rammarico di non essere rimasto ignorante. Sono un vecchio e sto morendo.
Ero tornato al Cairo, la mia città abbandonata quando ancora non sapevo chi fossi, ritrovata quando ritrovai me stesso, le mie origini, quando ricordai i miei sogni, dimentico delle mie paure. Già perché le paure originano dalla conoscenza e si nascondono all’ignorante, volto a temere ciò che non conosce più del familiare volgere della propria esperienza. Apprezzai questa scelta senza rinnegare la mia vita e le mie scelte, scelsi di essere ignorante pur non dimentico della mia conoscenza che volta alla verità mi liberò da profondi dubbi, e così scevro dai miei dubbi tornai a casa. Qui vissi come un mendicante ogni giorno simile al precedente e ogni giorno simile al successivo. Il sole alto feriva i miei occhi e accecava i miei sensi, mi sentivo felice, mi avviai come ogni giorno verso ghiza. Il percorso verso la piana era un’esperienza più di una semplice consuetudine, lungo il cammino incontravo me stesso, ciò che rassicurava me bambino mi divertiva da vecchio. Vedevo me stesso giovane cresciuto, padre e vecchio, ma giovane, padre, vecchio sempre versi nella stessa strada, nei stessi modi, nei stessi desideri, sempre mossi dalle stesse azioni. La madre di William non seppe mai dove e come vivevo, per il padre ero semplicemente uno, povero, sfortunato. Per William ero un amico, non sò perché. Certe cose sono scritte nei tratti incerti sul palmo della propria mano. Mi ritenni molto fortunato per ciò che ebbe ad accadere. I miei ricordi si fusero con i miei sogni, persa la necessità del cibo persi il velo sui miei tarli. Non ne ebbi immediata percezione, per lungo tempo crescevo assorto come incoscente senza curarmi degli eventi che avrebbero dovuto influenzare la mia formazione, ma è questo che probabilmente mi influenzò maggiormente e scrisse i termini di quei tratti incerti. Vissi agiato lontano da quel tempo con nuove certezze che pure non risposero alle inquetudini che pur generarono. Molto tempo trascorse in un pugno di pensieri senz’altro intento dello stesso tempo trascorso nell’attesa che ciò scritto in tratti incerti in certo cambiasse il proprio volto, e mi sorridesse infine. E di quel sorriso porto il ricordo stretto ben saldo nelle pieghe della mia memoria, sicché possa essere certo che effettivamente ciò che ho vissuto non fosse un desiderio svolto in un sogno, l’inganno di una mente che freme per cacciare il proprio incubo dal chiuso buio delle proprie stanze nascoste e più segrete, che pur celate altrui l’altrui giudicano, dell’altrui temono e dall’altrui sono comandate. Era la mia resa, comunque sia. Quando William morì avevo sedici anni, rimasi solo; senza un padre e una madre, senza nessuno che si curasse di me non ero mai rimasto solo, né mai prima mi ero sentito disperato. Fui spedito in un esclusivo colleggio nella campagna inglese, dove avrei potuto essere dimenticato, insieme a Will. Il mio nome è Aziz Ibrhaim. Vorrei dimenticare il mio passato, ma non posso. Sono nato nella città del cairo, e qui ho vissuto fino all’età di dieci anni.
Al Cairo vicino alla grande moschea di Mohammed Ali c’è una grande terrazza di una bellezza unica ed attraente dove il tempo si ferma, e dove i fedeli contemplano lo splendore della propria città, amavo trascorrere parte del mio tempo in quel luogo, forse ancora più di ghiza, ma non ne vedevo la spirualità che tutti gli altri sembravano vivere con ardente fervore. Amavo pensare alle avventure di quei tempi lontani, di gente simile alla mia, che pure sapeva vivere unicamente il presente e che riuscì a costruire dal fango la propria civiltà. Che ancora vive per quei tetti di fango che si distendevano alla vista su tutto l’orizzonte dove potevo ammirare l’anima di una città, sentire le sue emozioni pulsare e spiegarsi per le strade polverose l’estate e fangose l’inverno. La città da lontano sembrava un labirinto intricato come un caos disomogeneo contrapposto all’ armonico ordine della cittadella corrotto solamente da un’impercettibile moto della mia anima, un disagio profondo nelle proprie radici ben salde ed impiantate ma ancora celate.
Il dolore cresce sempre più forte e senza tregua; questo è il racconto di una mente malata, e senza più speranza. Come la pioggia cade ormai da diversi giorni, mentre lo scolaro dalla finestra osserva con intento le fronde brune agitarsi e al vento piegare il proprio peso, come il fango schizza ai passi svelti non orme ma pozze crea e fiume da un rivolo e ciò che bello volto in purgatorio, non per proprio essere ma dell’altrui sentire, come i ratti fuggono alla tempesta ma di mare fan dimora eterna, come valga l’altrui giudizio vano dell’essere ignoto, volto lo sguardo distolto il pensiero d’un balzo abbranco e qui resto. Riposo. La stanchezza che assale, vile. A te oscura demone vigile. Non era che un altro giorno. Tempo per vivere, tempo per sperare, le speranze temute fuggire. La vita disperare.
Era mattino inoltrato il sole che cominciava a splendere alto proiettava le prime ombre all’interno della cittadella, la folla era già cresciuta. La quiete prima brusio, poi vociare e rumore di mendicanti, mercanti accorti, soldati disattenti, di curiosi, e, di fedeli, era stata rotta dalla vita della città che ne aveva invaso lo spazio fino ai confini che religiosi intenti proteggevano dal turbamento. Pochi metri per cambiare luogo, pochi passi per dimenticare sì le proprie miserie ma con esse le proprie gioie, il proprio tempo. Alla chiamata le vie si svuotano ma io seppure attratto fuggo da essa, e giù, giù, giù a scapicollo per la collina, di corsa come tutti i ragazzi, attirando la collera dei mercanti e dei religiosi. D’un balzo la strada, d’un balzo salto, d’un balzo sul ciglio di un muro, viso al cimitero, in piedi diritto, a braccia aperte, spalle larghe, respiravo profondamente degli odori e sorridevo felice. Un vento leggero mi donava sollievo dall’afa. E dritto sul muro la notte arrivava, l’oscurità calava, le ombre si accendevano. Pochi rumori udivo tra le tombe, e voci di fantasmi scendevano dalla collina, chiamandomi per i vicoli nascosti a raggiungere non visto dal sonno delle guardie la cittadella chiusa. Avvolta da un’unica grande ombra, compatta, nera, più buia del buio, dove il silenzio risonava ai miei passi. E per fortuna il sollievo mi arrivava dal risveglio delle guardie, che si incontravano per un pò di fumo a parlare delle proprie mogli. Mille ombre senza luce grigie s’agitano all’interno del muro quando negli stessi attimi volgo il mio sguardo verso la moschea. Alla prima chiamata sapevo che era nuovamente giorno. Ed ero in pace.
Come un giorno di dicembre l’aria tiepida del mattino pizzica il viandante curioso che visita i giardini, come il giusto riposo del custode che seduto su una panca di marmo lungo il greto del fiume si rinfocilla stanco delle fatiche del vegliare notturno distratto dal leggero rumore dell’acqua che scorre via in un candido suono.
Lo stesso giorno il viandante improvvisamente scorge per i sentieri tracciati disordinatamente nell’ordine degli alberi una gabbia d’ottone dorato ornata d’arabeschi, stretta, non più larga di mezzo metro, mentre il custode che poco prima intento consumava la propria colazione pensando alla tristezza della propria vita ora lì rinchiudeva una piccola bertuccia che stanca di ribellarsi ormai più non cercava di fuggire. Alla brezza leggera che diventa vento e spazza dai sentieri le foglie vecchie vestendoli di nuove; al sole alto che l’inverno scalda e dona conforto e che l’estate brucia. Il giorno aspettando la sera, la notte sognando la propria libertà, e il giorno vomitando la propria angoscia per non soffocarne. E prima al freddo umido della brina e poi al gelo secco portato dal vento, e poi al dolce cullare del primo sole che scioglie il ghiaccio delle proprie ossa, e poi il sole alto che brucia i tuoi pensieri, e poi la speranza del tramonto, e poi il riposo, e poi la paura del risveglio. E poi trovarsi chiuso in gabbia, senza spazio, quasi immobile, senza speranza di poter muovere altro che le proprie braccia ciondolanti fuori dalla gabbia, senza potersi voltare, senza potersi alzare, senza potere.
Si alza il vento, lontano scorre il fiume.
Ora il viandante è di ritorno dopo molto tempo, ripercorre gli stessi sentieri coperti da vecchie foglie secche, e già da lontano riconosce un ricordo familiare dei suoi incubi; una gabbia d’ottone dorato ornata d’arabeschi, stretta, non più larga di mezzo metro, piantata su un palo di circa un metro e mezzo, che se vista vuota potrebbe ricordare quella di un falcone, non fosse per l’ampio spazio fra le sbarre. I giardini, un tempo i più belli della regione, erano abbandonati, sporchi e decadenti. La gabbia non era vuota. Lo scheletro raccolto di una scimmia ranicchiata in quel poco spazio con le braccia ciondoloni testimoniava a rari passanti di una bellezza e di una eleganza perduta, e, sì, della morte per stenti di una bertuccia. Una scimmia. Così lo scolaro come la bertuccia.